Lord of The Wastes by Chiara Ciavarella

Nella lontana epoca in cui l’impero Thran regnava su Dominaria, venne alla luce un uomo destinato a diventare un dio. Era un guaritore, un uomo di scienza, ma le sue intuizioni non potevano essere comprese al suo tempo. Egli infatti assimilava il corpo umano ad una macchina organica ben congegnata, e riteneva che la causa delle malattie non fossero indefiniti spiriti maligni, ma parassiti viventi. Quest’uomo di inimitabile ingegno celava tuttavia un animo malvagio, una smisurata brama di potere. Il popolo Thran riteneva blasfeme le sue idee rivoluzionarie, e lo condannò all’esilio: da quel giorno la sua malvagità fu inasprita dall’ira, e la sua cupidigia di potere alimentata dalla sete di vendetta verso l’Impero e verso Dominaria tutta.

Mai vi fu qualcuno, umano o viandante, con una mente tanto geniale ed un animo tanto oscuro. Anche il ricordo del suo nome fa vacillare il cuore degli uomini: egli era Yawgmoth.

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Esule, Yawgmoth vagò per Dominaria lasciando dietro di sé una scia di morte e sofferenza. Sparse una piaga virulenta sui nani, fomentando una rivolta che pose fine ad un regno durato più di mille anni. Avvelenò gli elfi di Agroth ed uccise i loro guaritori e la loro sacerdotessa, lasciandoli consumare nella malattia dopo averli illusi che avrebbe dato loro una cura. Contagiò i Minotauri con un morbo detto “Morte bianca”, diffuse la rabbia tra i felini e lasciò che si massacrassero tra loro, avvelenò le tribù umane di Gulatto Meisha, si spinse fino a vivisezionare alcuni Viashino: a nessuna razza venne risparmiato il dolore.

Yawgmoth agiva come se volesse condurre esperimenti sugli agenti infettivi che aveva studiato, ma neppure il più sfrenato desiderio di conoscenza può giustificare tanta crudeltà. Piuttosto, egli sapeva di avere in mano la vita e la morte di altre creature, e sapere di poterne disporre a suo piacimento lo appagava oltre misura. Era al di sopra delle leggi e della morale degli uomini, come un dio.

L’occasione di vendetta sui Thran non tardò ad arrivare. Cinque anni dopo, Yawgmoth venne a sapere che tra di essi si era diffuso un grave morbo, apparentemente incurabile. Glacian, famoso quanto geniale artefice dell’Impero, era stato aggredito da un appestato ed aveva contratto a sua volta la malattia, e questo aveva spinto sua moglie Rebbec a chiedere che la sentenza di esilio di Yawgmoth fosse revocata, così che egli potesse cercare una cura. Il guaritore si recò ad Halcyon come un reietto, ma sapeva che ne sarebbe uscito come salvatore dell’impero, ottenendo la rivalsa nei confronti di chi lo aveva condannato e la fama e il potere che sono dovuti agli eroi.

Halcyon, la capitale dell’Impero Thran, era un prodigio di architettura e di innovazione scientifica. Essa si basava su una nuova tecnologia sviluppata da Glacian, che garantiva inesauribile mana ed energia: le Pietre del Potere. Rebbec accolse Yawgmoth in città, a lui bastò uno sguardo per innamorarsi di lei. Condotto al capezzale dell’artefice, il guaritore venne a sapere che Glacian aveva contratto il morbo dopo essere stato pugnalato con una pietra del potere imperfetta, e si recò alle prigioni della città per interrogare l’aggressore. L’impegno di Yawgmoth nel cercare le cause della malattia non era consacrato a salvare la mera vita di un uomo: la cura sarebbe stata il suo strumento di potere sul popolo Thran, la avrebbe innalzata come il vessillo cui tutti si sarebbero prostrati.

Le prigioni di Halcyon si trovavano in un sistema sotterraneo di grotte, le Caverne dei Dannati. Inizialmente abitate soltanto da fuorilegge e criminali, negli anni erano cresciute fino a diventare una vera e propria città sotto la ricca e splendente metropoli: un luogo meschino, dove anche già venire al mondo ti rendeva colpevole e rinnegato, destinato a pagare per crimini commessi da antenati troppo lontani nel tempo. In questi sotterranei, a farla da padrone erano la miseria e le malattie. Qui, Yawgmoth venne condotto nella Grotta di Quarantena, al cospetto di Gix. Il Dannato era ridotto a poco più di un misero involucro dell’uomo che doveva essere stato, fiaccato dalla stessa malattia che aveva colpito Glacian. Il guaritore ordinò che venisse portato in superficie, affinché potesse studiare in modo approfondito gli effetti della malattia comparandola con quella che affliggeva l’artefice.

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Yawgmoth diede al male il nome di Tisi, e scoprì che era in qualche modo collegato con l’energia che scaturivano le pietre del potere: se gli afflitti venivano esposti alle loro radiazioni, infatti, le loro condizioni peggioravano immediatamente. Dopo mesi di ricerche, lo scienziato giunse ad un’amara conclusione: le pietre che fornivano energia alla città scaturivano anche una forza maligna, che indeboliva le difese di chi ne era esposto e dava così origine alla malattia. Ancora una volta, Yawgmoth si trovò a fronteggiare il Consiglio dei Thran per una sua teoria tanto vera quanto difficile da accettare. Nessuno di loro riusciva ad ammettere che la causa dell’epidemia fosse il fiore all’occhiello dell’innovazione tecnologica di Halcyon, tantomeno Glacian: le pietre del potere erano una delle sue più ambiziose invenzioni.

L’intera Halcyon era cresciuta e si era innovata grazie a questa fonte di energia eterna e gratuita, ignara del suo reale e caro prezzo. Le radiazioni si rivolgevano naturalmente verso il sottosuolo, lasciando indenni i Thran; esse penetravano nel terreno e si concentravano nei cunicoli della periferia invisibile, della città dei Dannati, e qui avevano manifestato i propri effetti morbosi. Il Consiglio si sentì oltraggiato da questa spiegazione, ed ancora una volta volle votare per esiliare il guaritore, ma Rebbec faceva affidamento soltanto sulle sue capacità per sperare di guarire suo marito, e li convinse a dare a Yawgmoth la possibilità di trovare una cura. Nel fermento di quei giorni, nessuno si accorse che Gix era scomparso dal palazzo. Yawgmoth lavorò ininterrottamente alla ricerca di un rimedio. Gli erano stati forniti un laboratorio ed alcuni collaboratori tra gli scienziati più brillanti di Halcyon, e c’erano buone speranze che di Tisi presto non sarebbe rimasto che un ricordo.

Nel frattempo, tornato nelle Caverne dei Dannati, Gix covava rancore e vendetta. Halcyon, la città perfetta, la ricca metropoli, che altro non faceva che nascondere la polvere sotto il tappeto, relegando i criminali nell’ombra, fuori dalla vista, che deliberatamente ignorava ed oltremodo disprezzava coloro che non avevano altra colpa che la miseria e la fame, che aveva abbandonato i suoi figli disperati nel buio e nella solitudine in nome del lusso e del progresso, ora in nome dello stesso progresso sacrificava le loro vite senza curarsene, li annegava nella sofferenza e nella malattia. Non più, non più. Dovevano pagare. Avrebbero pagato ogni cosa. Avrebbero sperimentato la stessa disperazione, lo stesso dolore. Lui avrebbe guidato i Dannati in città, avrebbe riversato il buio nelle bianche strade, contaminato l’aria pulita con la fuliggine e la polvere. I fantasmi sarebbero emersi dalle tombe in cui erano stati rinchiusi, sarebbero entrati in città come i cadaveri delle colpe del passato, portando con sé morte e pestilenza. Gli occhi che non avevano voluto vedere sarebbero stati strappati via. L’era del fasto era finita. Un sole oscuro sarebbe sorto sui Thran, e sarebbe tramontato nella più cupa delle notti.

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Molto al di sopra del fervore dei Dannati, nel palazzo di Glacian, un farmaco era finalmente pronto. Ma la gloria di Yawgmoth doveva attendere: nessuno si fidava tanto di lui da voler sperimentare fin da subito la cura sull’artefice, e senza altri soggetti malati non sarebbe stato facile provare la sua efficacia. Ma quel giorno sorse la tetra alba di Gix: frotte di dannati si riversarono per le strade, senza altro scopo che la razzia e la vendetta. Presero d’assedio il tempio Thran, al cui interno si trovava Rebbec insieme ad altri membri del Consiglio. La guardia della città era stata sopraffatta dai rivoltosi, tutto sarebbe sprofondato nel caos. Nel fervore, Yawgmoth trovò il modo per volgere la situazione a suo vantaggio. Riuscì a far catturare un Dannato visibilmente malato, e lo fece condurre nel suo laboratorio: lo avrebbe usato come cavia per il trattamento.

La cura funzionò oltre le aspettative: alla prima somministrazione i sintomi della tisi non solo si erano stabilizzati, ma la malattia stessa sembrava regredire ad uno stadio primario. Forte di questa certezza, Yawgmoth lasciò il palazzo alla volta del Tempio. Qui, egli si scontrò con Gix: gli promise una cura per lui e per tutti gli altri malati, e in cambio lui avrebbe richiamato i Dannati e posto fine alla rivolta. Il dannato acconsentì, e per la prima volta dopo tanto tempo ottenne sollievo dalla malattia. Davanti a Rebbec, davanti ai Thran, Yawgmoth si era reso molto più di un eroe: non solo aveva salvato la città dalla distruzione e la popolazione da una futura epidemia, ma lo aveva fatto con un atto di suprema gentilezza e compassione, offrendo ai miserabili Dannati una cura per il morbo che li affliggeva. Come un dio benevolo, egli aveva avuto a cuore le sorti di tutti i suoi figli: nessuno quel giorno capì che Yawgmoth aveva sempre avuto a cuore soltanto sé stesso.

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