Glistening oil – part 1: Exposure

Qual senso ha l’affannarsi del fragile essere umano? Per quanto geniale possa essere una mente, oppure infima e plasmata dal livore, per tutti arrivano la malattia e la morte. A che scopo trovare un rimedio al morbo che affligge le carni e piega le menti, se non si può sfuggire all’eterno oblio? Presto o tardi, ciascuno si arrende alla consapevolezza della propria precarietà, smette di opporsi alla forza che chiama fuori dalla sua gola l’ultimo respiro. Eppure la morte è solo un fenomeno organico, il cessare di una pompa, il chiudersi degli occhi. A che scopo, dunque, rinunciare a lottare?

La cura per la tisi era sempre meno efficace, il morbo era diventato più resistente, con rinnovata ferocia affondava i suoi artigli nelle carni degli abitanti di Halcyon. La dinastia Thran era destinata a cadere, vittima del proprio stesso progresso. La salute dell’artefice Glacian era in lento inesorabile declino, la sua mente un tempo geniale ora si accartocciava su sé stessa come una foglia d’autunno. E come crepitano le foglie secche sotto i passi del viaggiatore, così talvolta una scintilla dell’antico ingegno ancora guizzava: una sera, dopo il banchetto, Glacian attaccò Yawgmoth con dure parole, lo accusò di non essersi prodigato abbastanza nel cercare una cura per lui, poiché bramava per sé il cuore di Rebbec. Egli, Glacian, l’artefice prodigio, colui che aveva ideato persino un modo per collegare mondi lontani viaggiando tra le dimensioni, non sarebbe guarito, avrebbe dovuto soccombere alla malattia soltanto perché in questo modo il suo nemico avrebbe potuto ottenere l’amore di sua moglie. Queste parole si scolpirono nella mente di Yawgmoth: non tanto l’accusa, per altro fondata, di aver lavorato con superficialità, quanto la rivelazione che potesse esserci un modo per viaggiare tra i mondi. L’infatuazione per Rebbec, che sicuramente avuto un peso nelle sue decisioni fino a quel momento, venne corrosa e dissolta dall’inestinguibile sete di potere che da sempre muoveva il suo animo. Un portale tra i mondi avrebbe voluto dire estendere la propria influenza e il proprio dominio ben oltre Tersiare, ben oltre Dominaria: anche tra le lontane stelle del cielo sarebbe risuonato, temibile, il nome di Yawgmoth. Glacian non avrebbe mai immaginato che le sue parole di quella notte avrebbero dato al guaritore l’ambizione che lo avrebbe eretto al pari degli dei, decretando la fine dell’impero Thran.

L’epidemia continuava ad espandersi, la cura era sempre più inefficace, e i malati continuavano ad essere inviati in quarantena nelle caverne sotto la città. Fossero essi in origine Thran o dannati, il morbo corrompeva in egual modo le membra e le menti, cancellando le differenze tra i pariah e i signori: le ricche vesti si laceravano e insudiciavano fino a sembrare stracci, e tutti avevano negli occhi la stessa stanchezza, la stessa disperazione. Ormai era chiaro che non si trattasse più di una detenzione temporanea: la malattia era tornata con più violenza, e le caverne dei Dannati erano diventati il lazzaretto dove gli afflitti venivano inviati a finire i loro giorni, senza ritorno, nella speranza almeno di arginare la diffusione della malattia. E allora, talvolta, scoppiava una rivolta, e qualche livoroso scappava in superficie e spargeva il morbo tra chi era ancora sano. Yawgmoth venne incaricato di guidare una guarnigione per sedare le rivolte, ed egli, il guaritore, che un tempo aveva portato la speranza di salvare le loro vite, ora con disprezzo poneva loro fine, dando prova della sua reale natura.

Nel giorno in cui tutto cambiò, Yawgmoth era di ritorno da una di queste spedizioni, quando scoprì che un’ospite, una donna di incomparabile potere, aveva fatto visita al capezzale di Glacian. Il suo nome era Dyfed, ma era la sua natura a renderla straordinaria: disse di essere in grado di viaggiare attraverso lo spazio tra i piani, la Cieca Eternità, e di raggiungere in questo modo mondi di cui neppure si poteva immaginare l’esistenza. Dyfed era una viandante dimensionale, una planeswalker. Yawgmoth, incredulo, le chiese di provare queste sue affermazioni, ed ella viaggiò con lui e lo condusse sul piano di Pyrulea. L’enorme meraviglia che provò viaggiando tra i mondi non fece altro che alimentare la sua ambizione, come il vento che soffia su un incendio divora nuove parti della foresta.  Egli non aveva il dono di Dyfed, ma grazie alle invenzioni di Glacian sarebbe stato possibile anche per lui spostarsi a suo piacimento attraverso i piani: avrebbe esteso la sua influenza a nuove civiltà, portato a nuovi popoli la conoscenza e le arti mediche. Finalmente avrebbe avuto il suo posto, non tra gli uomini, ma al di sopra di tutti loro, e lo avrebbero venerato come meritava: Yawgmoth, il dio generoso venuto da un altro mondo. Ancora più lontano delle stelle avrebbero conosciuto il suo nome, avrebbe avuto illimitato potere.

Poco tempo dopo, una nuova rivolta capitanata da Gix riversò frotte di Dannati per le strade di Halcyon, disperati in cerca di una nuova cura o, se non l’avessero trovata, intenzionati a portare il resto della città in rovina. La guardia cui era a capo Yawgmoth la sedò senza difficoltà, e ancora una volta egli venne acclamato dai Thran come salvatore. La ragione di Yawgmoth era ormai soverchiata da un desiderio sfrenato di dominio: il potere che aveva sulla città, sulle menti dei suoi abitanti, la nuova promessa di altri mondi da plasmare a suo piacere continuavano ad accrescere la sua già spropositata ambizione. Fervente, egli proclamò, davanti al popolo Thran, che avrebbe trovato la cura per una malattia peggiore della tisi: egli, Yawgmoth, avrebbe guarito gli uomini dall’estrema afflizione della carne, avrebbe sconfitto la morte. Se era davvero possibile una tecnologia che creasse portali tra i mondi, perché non poteva esserne sviluppata una in grado di implementare nel corpo umano parti di ricambio, anche artificiali, per sopperire alle insufficienze organiche? Se la morte è soltanto il progressivo declino delle membra, pezzo dopo pezzo, come un congegno in avaria, non è forse possibile impedirla, riparando man mano i malfunzionamenti? La civiltà Thran, le sue innovazioni, la sua cultura, non solo sarebbero sopravvissute alla tisi, ma sarebbero diventate immortali.

Yawgmoth era ormai proiettato verso il futuro splendente che aveva promesso di forgiare, immemore che le sue labbra, che ora promettevano vita eterna, un tempo si stringevano nel ghigno crudele di chi si esalta a porle fine. Ma le vittime del passato non erano state dimenticate: le tribù di Tersiare che avevano subito sulla propria pelle l’indole malvagia del signore delle distese, prima che egli giungesse ad Halcyon, inviarono nella capitale una delegazione. Elfi, nani, viashino, minotauri, felini: tutti erano uniti nel chiedere un nuovo esilio per Yawgmoth, asserendo che avrebbe portato anche l’impero Thran in rovina. Il Consiglio non volle ascoltarli. Il guaritore aveva fatto così tante cose buone per la città, era acclamato da tutti, ed ora li avrebbe persino fatti sopravvivere alla morte: cacciarlo sarebbe stato controproducente, oltre che un gesto di estrema irriconoscenza. Tuttavia, non era una menzogna la profezia che annunciava la rovina dell’impero: molte delle città principali si erano schierate apertamente contro Yawgmoth, ed erano in procinto di muovere guerra contro Halcyon. Ben lontano dalla gloria immortale che gli era stata promessa, l’impero Thran sarebbe crollato tra le ceneri di una guerra civile.

Nell’agitazione febbrile di quei giorni, Rebbec e Glacian, insieme a Dyfed, chiesero a Yawgmoth che i membri anziani del Consiglio venissero rilasciati dalle caverne dei dannati, dove erano stati messi in quarantena. Al suo rifiuto, Rebbec attaccò il guaritore, accusandolo nuovamente di non prodigarsi abbastanza per migliorare le condizioni di Glacian. Yawgmoth giurò di non volere altro che l’artefice si ristabilisse, come tutti gli altri malati, e come aveva fatto con tutti gli altri malati, diede ordine di condurre anche lui nelle Caverne.

Troppe cose minavano ormai il suo potere su Halcyon: la guerra, il malcontento dei malati, ed ora rischiava di perdere l’appoggio di Rebbec, che avrebbe significato perdere l’appoggio di tutto il Consiglio. Yawgmoth aveva bisogno di un piano di riserva, un modo per mantenere la propria influenza: cosa avrebbe potuto desiderare di meglio di un nuovo mondo, una terra ancora vergine da colonizzare insieme ai suoi sudditi Thran?

Con queste intenzioni si rivolse a Dyfed e le chiese se lei, l’unica in grado di viaggiare tra i piani, potesse cercare per lui e per gli abitanti di Halcyon un mondo dove avrebbero potuto vivere in pace, lontani dalle malattie e dalla guerra. Quando la planeswalker tornò, annunciò a Yawgmoth di aver trovato un piano disabitato, creato da un antico viandante, e vi condusse il guaritore perché potesse vederlo lui stesso. Era un mondo artificiale, che non aveva bisogno del sole o della pioggia o di altre forze naturali per prosperare: era formato da otto livelli concentrici, il più interno dei quali, l’ottavo, era formato da pura energia che irradiava verso gli altri il calore necessario. Era un gigantesco congegno abitato da macchine pacifiche: la sfera più esterna, dove erano arrivati inizialmente Yawgmoth e Dyfed, era la replica meccanica di una lussureggiante foresta.

Yawgmoth aveva adesso un intero mondo a sua completa disposizione, e nel suo mondo non sarebbero esistite le malattie, sarebbe stata sconfitta la morte: sarebbe diventato un mondo dominato dalla phyresis, la continua generazione e rigenerazione, il suo nome avrebbe celebrato il trionfo della scienza sulla natura, sulla morte stessa. Tuttavia, quel mondo sarebbe stato ricordato per sempre come il più terribile e crudele, come era tale l’uomo al suo comando. Egli non sapeva che quel nome avrebbe evocato tanto terrore, che in quel nome sarebbero state spazzate via intere civiltà, quando battezzò il piano col nome di Phyrexia.

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Scendendo in profondità nel piano, fino alla sfera più interna, Yawgmoth raggiunse il nucleo di energia. Phyrexia era sua, la avrebbe dominata completamente, sarebbe diventato il suo dio: egli decise di fondersi con il suo nucleo, e per poco non ne venne sopraffatto. Quando riemerse, aveva davvero il potere che hanno le divinità. Aprì un portale tra Phyrexia e le caverne dei Dannati: i Thran malati si riversarono a frotte in questo nuovo mondo, increduli dell’opportunità che gli era stata donata. Yawgmoth li accolse con benevolenza, annunciando che sarebbero stati guariti, e che lì sarebbe iniziata per loro una nuova vita.

Tornando ad Halcyon attraverso il portale che aveva creato, Yawgmoth si trovò davanti Rebbec, che lo implorava di trovare una cura per Glacian. Le condizioni dell’artefice erano ormai critiche, la malattia non gli lasciava tregua: gli rimaneva ben poco da vivere. Yawgmoth parlò a lui e Rebbec di Phyrexia, gli descrisse il suo mondo e gli parlò dei rimedi che aveva trovato per guarire la tisi. Quel mondo era una benedizione: i malati che facevano abluzioni nel mare d’olio di cui era composta la quarta sfera erano diventati più forti, più alti, ed erano guariti. Niente di tutto ciò servì a convincere Glacian a sottoporsi al rimedio: era sempre più convinto che Yawgmoth non avrebbe mai fatto il suo bene, e per nulla al mondo avrebbe voluto sottoporsi al suo mostruoso rimedio. Rebbec lo implorò, e il guaritore volle provare un’altra cura: disse che l’artefice probabilmente stava peggiorando per via delle schegge di Pietra del potere che gli erano rimaste all’interno. Egli avrebbe provato ad estrarle e a sostituirle con una Pietra scarica che, una volta condotto Glacian su Phyrexia, avrebbe catalizzato l’energia maligna che causava la tisi e la avrebbe espulsa, guarendo l’artefice. Yawgmoth estrasse i frammenti, e Glacian crollò a terra, esanime. Il guaritore inserì ugualmente nel suo petto la Pietra, e abbandonò Rebbec a piangere sul corpo del marito. Aveva affari più importanti a cui dedicarsi. L’impero Thran era in guerra, e stava perdendo.

I ribelli continuavano a resistere alle macchine da guerra che Yawgmoth aveva costruito e infuso della sua magia, e i loro contrattacchi erano sempre più feroci. Spinto dall’urgenza, Yawgmoth prese con sé un manipolo di Phyrexiani, e si diresse alla Null Sphere. Questa era il centro di controllo di tutti gli artefatti Thran: la avrebbe usata per prendere il comando delle macchine ribelli, facendo in modo che attaccassero i propri compagni. I soldati di guardia alla sfera vennero sconfitti dai nuovi servi di Yawgmoth. L’olio scintillante della quarta sfera, in cui si erano bagnati alcuni Thran malati, li aveva guariti e fortificati in nome di una corruzione senza pari, li aveva trasformati in creature di puro odio e rabbia: guardandoli, non si sarebbe potuto dire che avessero avuto fattezze anche lontanamente umane. Una nuova vita, come aveva promesso Yawgmoth, ma a quale prezzo.

Il sabotaggio della Null Sphere aveva diretto gli artefatti delle forze ribelle contro gli stessi che le controllavano. Per evitare che i ribelli ne riprendessero mai il potere, Yawgmoth innescò un meccanismo che avrebbe lanciato l’intero apparato in orbita. Quando fu abbastanza alta nel cielo, Yawgmoth fece rilasciare dalla sfera tutto il mana bianco che teneva nelle sue riserve, causando un’esplosione che distrusse qualsiasi cosa fosse presente sul campo di battaglia. La sfera continuò imperturbata la sua ascesa: tutt’oggi è visibile nel cielo di Dominaria, di cui è diventata una luna.

Conscio del fatto di aver ottenuto soltanto una piccola vittoria, e desideroso di avere nuove truppe da schierare in guerra, Yawgmoth fece ritorno su Phyrexia, col desiderio di fondersi nuovamente con il nucleo del piano. Al suo interno, egli aveva creato una Nona Sfera, all’interno della quale risiedeva, e qui egli venne raggiunto da Dyfed. La viandante era intenzionata a fermarlo, dopo aver visto gli orrori di cui era capace. Le sue azioni andavano ben oltre le libertà che gli concedeva la legge marziale, e doveva essere processato per la sua condotta. Yawgmoth le diede ragione, ma cercò di manipolarla facendo leva sulla sua pietà: i phyrexiani, ormai inumani, sarebbero stati massacrati se lei lo avesse condotto lontano da Phyrexia. Dyfed, mossa da compassione nei confronti di quelle amalgame grottesche senza possibilità di salvezza, esitò per un secondo di troppo: Yawgmoth la pugnalò al cranio, in modo da impedirle di viaggiare tra i piani o utilizzare i suoi poteri. Ridotta a poco più di un fantoccio, la viandante era stata risparmiata perché Yawgmoth voleva trovare il modo di impadronirsi della sua Scintilla di planeswalker.

Yawgmoth tornò su Dominaria per organizzare un nuovo attacco contro le forze ribelli, ma fallì. Unico superstite dell’esplosione della sua nave da guerra, tornò ad Halcyon, con l’intenzione di condurre ancora più Thran su Phyrexia per iniziare la loro metamorfosi nelle sue macchine da combattimento. Passando nelle caverne dei Dannati, incontrò Rebbec, inconsolabile, che continuava a prendersi cura del marito ridotto in stato comatoso. Yawgmoth le somministrò un calmante, e la condusse, ancora stordita, nel suo nuovo mondo. Le mostrò le meraviglie di Phyrexia, la foresta meccanica, le macchine, il mare d’olio scintillante, le alte fiamme delle fornaci, le mostrò come aveva sconfitto la morte e la malattia e aveva creato esseri migliori, mostruosi, più forti, fondendo ai corpi parti artificiali. Le mostrò il nucleo di energia, e la Nona sfera, dove risiedeva e dove teneva Dyfed, prigioniera della ferita che le aveva inferto. L’urgenza di una nuova battaglia imminente chiamò Yawgmoth di nuovo ad Halcyon, ed egli lasciò Rebbec su Phyrexia, promettendole che, al suo fianco, sarebbe diventata una regina, una dea, ed insieme avrebbero regnato su questo e sugli altri mondi che avrebbero scoperto. Rebbec era inorridita. La vista delle macchine, delle architetture mostruose di quel luogo, dei miserabili resti di quelli che una volta erano stati grandi artefici Thran, sfigurati prima dalla malattia, e ora da quell’orribile olio scintillante, la ripugnava. Quando vide Dyfed, ella le raccontò cosa le fosse accaduto, e le chiese di estrarre il pugnale dal suo cranio e liberarla da quella non-vita. Rebbec, con il cuore sempre più pesante, acconsentì, e la viandante morì tra le sue braccia. Devastata dal dolore, lasciò quel piano infernale, e tornò a sua volta su Dominaria.

Nel frattempo, Yawgmoth aveva guidato un attacco contro i ribelli, stavolta vittorioso. Sferrò l’attacco decisivo contro le città ribelli, servendosi di bombe caricate con l’energia delle Pietre del potere. Queste avrebbero causato devastanti esplosioni, e rilasciato un miasma velenoso che avrebbe distrutto qualsiasi cosa incontrasse. Halcyon avrebbe dovuto essere al sicuro dal fumo mortifero, protetta da un sistema di aspirazione installato sulla Null Sphere. In un solo momento, Yawgmoth avrebbe sancito la fine dell’impero Thran per come lo si conosceva, e la nascita del dominio di Halcyon, del suo personale impero su Terisiare. Tuttavia, aveva fatto male i conti: la sfera era ormai troppo alta nel cielo per poter purificare l’aria dal veleno, e la nube stava ormai per raggiungere la città. Yawgmoth mise coloro che si trovavano ad Halcyon, sia Thran che ribelli, di fronte a una scelta: morire su Dominaria uccisi dal gas, come topi in trappola, o seguirlo in un nuovo mondo, un luogo di speranza, dove non c’erano malattie, dove tutti loro avrebbero vissuto in eterno. Nessuno rifiutò. Gli abitanti della città insieme ai ribelli, a milioni lo seguirono attraverso il portale… tutti tranne uno.

Rebbec era rimasta dall’altra parte. Yawgmoth, disperato per la sua fine imminente, cercava di convincerla ad oltrepassare il portale, le prometteva amore eterno, gloria eterna, bellezza eterna. L’artefice lo guardava negli occhi, impassibile. Glacian era morto. La Pietra del potere scarica che Yawgmoth gli aveva impiantato, ora era stretta tra le mani di Rebbec. Ella sorrise, e la appoggiò dolcemente su un piedistallo. In quel momento, Yawgmoth capì, e gridò, la scongiurò un’ultima volta, invano, mentre lei usava la Pietra per interrompere il collegamento, per sigillare per sempre il portale.

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Grazie per la lettura! Vi aspetto nei prossimi mesi con i capitoli successivi.

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